Vuol dire. Dal diario di uno psicoanalista

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Vuol dire. Dal diario di uno psicoanalista. Alberto Schön. Boringhieri Editore

Marta, o della sessualità infantile; Moraro, il mal di testa; il Professor Basaglia; la diagnosi è nemica dell’ amore?, Elsa che è «che voleva solo una visita»: sono alcuni fra le decine di brevi capitoli che tratteggiano frammenti di incontri soprattutto con pazienti, ma anche con l’ ambiente di lavoro, colleghi, problemi.

I personaggi del libro compaiono spesso per pochi fotogrammi, sempre però nella relazione terapeutica.

Molte persone sono spaventate dalla serietà della psicoterapia, della psicoanalisi; ma se paziente e terapeuta si sono ben scelti, le esperienze di incontro possono diventare sorridenti, come un gioco di avvicinamento e di reciproco intonarsi.

Per due terzi è scritto in forma narrativa; vi si trovano «certi attimi unici nella relazione tra due persone, che si annusano, si avvicinano, si scambiano qualcosa». Un capitolo è dedicato al commento su alcuni casi, al tema del controtransfert e alla sua distinzione dal rispetto per il paziente.

Completa il volume una postfazione di Antonio Alberto Semi.

Alberto Schön, padovano, medico, neurologo, psicoanalista, è membro ordinario della SPI (Società Psicoanalitica Italiana).

Ha sessantatré anni quando viene pubblicato questo suo scritto, una sorta diario in cui soprattutto presenta, con mano leggera, in forma di schizzi, alcuni dei pazienti incontrati o dei quali ha sentito a sua volta narrare. Racconta, in tanti momenti sempre con misurato humour, della relazione che si è costituita con loro, ma anche dei rapporti con alcuni colleghi, e, inevitabilmente, qualcosa di sé. Non è usuale che uno psicoanalista parli in prima persona. Immagino che le ragioni siano varie. Una, ad esempio, è il patto che costruisce con il paziente (riservatezza reciproca), altre fondano l’esercizio professionale (la non conoscenza del terapeuta da parte del paziente è una condizione auspicabile per la cura, poi c’è il patto, magari implicito, non detto, con la comunità scientifica di cui si è parte che presuppone anch’esso che certe cose non è bene metterle in piazza ma metabolizzarle al proprio interno). Nonostante ciò Alberto Schon ha sentito l’esigenza di dare alle stampe queste sue narrazioni. Era, dice, un suo bisogno, e ha pensato che probabilmente non potesse venire male a nessuno realizzarlo (sarà stato sicuramente accorto nel cambiare le cose quel tanto per evitare i riconoscimenti e non stravolgere i fatti e i vissuti ad essi connessi). Non posso parlare ovviamente per altri ma posso dire che a me non n’è venuto e che ho anzi apprezzato molto non solo il suo delicato humour ma anche il suo rispetto per i pazienti e per i colleghi, la sua sincerità, la sua onestà nel raccontare anche le difficoltà incontrate e non sempre superate, nonché gli errori dolorosi a volte commessi. Non rimane che auspicarsi che anche altri psi-operatori inizino a fare altrettanto e ringraziarlo per questo suo primo passo intrapreso.

Ecco come l’ autore presenta se stesso e il libro: «Sono del 1934, da piccolo ho avuto dei bravi genitori e una sorella. Mi sono sembrati di buona qualità . (…) Mi sono iscritto a Medicina (…) perchè avevo paura di morire e quindi volevo cure, perchè si vedono le donne nude, perchè mi sono sembrate interessanti le origini della vita (…) se il corpo è certamente gustoso, la mente è anche molto più personale, complicata, pungente e interrogativa (…). Ho imparato presto che poteva interessarmi curare la gente»

 

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