Il pasto totemico sulla strada del Maestro

No Comment Yet

Il pasto totemico sulla strada del Maestro.
Riflessioni di Loretta Zorzi Meneguzzo a partire da “La strada dei Maestri” di Davide Lopez

Il pasto totemico sulla strada del maestro [1]

L’impegno a presentare La strada dei Maestri (Angelo Colla Editore, 2011) mi ha aiutata a ritrovare i fili delle mie conversazioni con Lopez che, dopo la sua scomparsa, faticavo a far di nuovo risuonare. Nei nostri dialoghi mi era divenuto naturale cogliere passaggi impliciti, che erano, ormai, nostro patrimonio familiare. Avvertivo che, a un estraneo, alcune connessioni potevano apparire impervie se non, addirittura, assiomatiche. E’ questo un aspetto che non può essere trascurato, dato il suo fervore contro gli assiomi e le cupole:

il suo impegno costante è stato volto all’emancipazione, in quanto liberazione dai dogmi.

La ripetizione frequente di espressioni quali “afoso”, “uggioso” e “stantio”, non era un vezzo, un vuoto automatismo: ogni volta, per lui, significava richiamare l’attenzione sul rischio di adagiarsi e perdere la rotta sulla via della realizzazione di sé. Rileggendo i suoi scritti, sono innumerevoli le concatenazioni che si affacciano; perché, nel suo prodigo interrogarsi, nuove e più evolute sintesi, ritornavano a illuminare le precedenti concezioni, mediante formulazioni più organizzate e complessive. Molti allievi nelle loro riflessioni[2], mostrano la fecondità degli stimoli che Lopez ci ha voluto lasciare come ultimo, complesso, dono; e mettendo in evidenza il suo modo caratteristico, appassionato, di procedere, riprendendo – e, riformulando – i temi che avvertiva cruciali e fondamentali per l’elevazione della persona.

Il pasto totemico sulla strada del Maestro.

Io mi sono trovata avvolta dalle suggestioni che mi riportano alla nostra lettura condivisa del libro di Rodrigué[3]. Le sue nuove elaborazioni sul pasto totemico del padre primitivo mi facevano intravedere connessioni e sviluppi, come una nuova breccia nei recinti della mente. Poi, mentre lo assistevo nella prima revisione delle bozze, durante la malattia, il ritorno emblematico di quel tema nel suo ultimo libro, ai miei occhi ha assunto il significato, a mano a mano, di un’eredità generosa e complessa che egli offriva per fare riflettere, oltre la ripetizione dei miti filogenetici che portano colpa, punizione e idealizzazione compensatoria. Nel suo consueto conversare tra l’intensità dei sentimenti e lo sviluppo delle concezioni, ho sentito, ancora una volta, la tensione vitale e creativa, anche di fronte alla morte: anzi, proprio di fronte ad essa. Come se questa circostanza acuisse la sua sensibilità e la sua attenzione per il pasto totemico del suo stesso corpus: aveva formulato ancora una nuova sintesi. Un modo per donarci il suo stesso corpus, invitandoci ad andare oltre. “Andare avanti”! Così usava esortare a non ripetere sterili e distruttivi miti.

Una collega da poco tornata da un viaggio in Uzbekhistan, mi ha raccontato di aver assistito al “rito dell’albero”, presso il santuario di Bukhara. I membri della popolazione di cultura nomade – che ha conservato questo rito di origine paleolitica – passano sotto un albero e raschiano un pezzetto di corteccia da portare con sé, a mo’ di incorporazione. E’ una ritualizzazione che rappresenta un superamento dell’assassinio del padre primigenio, attraverso una forma di simbolizzazione, come, in modo diverso, lo è il sacramento dell’Eucarestia.

Lopez in questo libro ci mostra quanto, dietro al bisogno della religione, dello spiritualismo e dell’idealismo di idolizzare il simbolo si nasconda la continua – “mistificata e parzialmente simbolica” – riedizione del pasto totemico primordiale, (pag. 23) – il pasto tribale. Attraverso il confronto con l’analisi di Rodrigué del pensiero freudiano[4], egli mette in evidenza che nell’omicidio del padre primordiale non vi era soltanto il significato negativo di ribellione al tiranno possessore di tutti i beni, ma vi era anche il “bisogno positivo di appropriarsi della potenza del dominus”: vale a dire, non vi è solo il muoversi contro, ma anche l’andare verso. La ‘soluzione’ del parricidio esprime la visione arcaica della potenza, concepita come unica; in quanto tale, essa può appartenere a uno soltanto. Lopez scrive che lo scopo dei figli era “l’acquisizione della potenza universale di questo padre, attraverso l’omicidio e la consumazione del pasto.” (controllare pag. 23), sottolineando, in questo modo come questa rischi di rimanere l’unica alternativa. E’ riaffermata qui la concezione vitale del pensiero di Lopez che riguarda la riabilitazione dell’aggressività in quanto desiderio di efficacia, in quanto volontà di potenza – connessa all’indifferenziata energia originaria – naturalmente fisiologicamente ed etologicamente presente, che ha bisogno di trovare una via sana, costruttiva, di appagamento e realizzazione. Nell’assassinio primitivo la comunità dei fratelli trova un’apparente soluzione collettiva, ma, non trasforma. Rodrigué, rilevando “il patto di unione nel delitto”, il tentativo “di trasformare in solidarietà sociale quella che è soltanto omertà delinquenziale”, trascura, secondo Lopez, la comprensione che ognuno degli ingordi assassini del padre ha ingurgitato “un pezzo e che questo pezzo introiettato rivendica tutto il tempo furiosamente la totalità frantumata del padre” (pag. 25), la totalità della potenza. E’ in questa nostalgia per l’unica totalità perduta che sta l’origine degli ideali perfezionistici, megalomanici – combinazione di proiezioni infantili e miti filogenetici – che rimangono, quali intrusi alieni, alienanti plasmatori delle rappresentazioni di sé e della realtà.

Quel pezzo rimane un introietto non elaborato, memoria, traccia dell’universale assoluto. Lopez scrive:

L’interezza, la totalità del modello che nello smembramento del padre e nel pasto furioso ha trovato la sua frantumazione, lascia un vuoto torturante che ognuno degli assassini vive come colpa, (…), ma anche come perdita inestinguibile, irreparabile.

Colpa e perdita devono continuamente essere mistificate, compensate, esorcizzate, negate, anche attraverso l’enfatizzazione del simbolo sublimato.

Il pasto totemico sulla strada del Maestro.

Ho ascoltato recentemente alcune riflessioni sull’antico costume del fratricidio nelle famiglie al potere: dopo il parricidio primigenio, la preoccupazione per lo smembramento e la necessità di conservare l’unità/totalità ha influenzato la storia. Qualcuno osservava come si enfatizzi sempre l’uccisione del fratellastro Britannico da parte di Nerone – come manifestazione del comportamento patologico del singolo – e si trascuri il fatto che il fratricidio fosse pratica diffusa. Anzi, con Mehmed II, fu formalizzato come legge: “Il Conquistatore di Costantinopoli” legiferò, appunto, che il Sultano dovesse difendere l’interezza del regno dallo smembramento in piccoli stati rivali, uccidendo subito i fratelli. Non basta la legge perché la ritualizzazione implichi il superamento nel simbolo. Ciò che manca è l’elaborazione/trasformazione dei significati profondi. I conflitti ontogenetici e filogenetici, non risolti, rimangono quali influenzatori, determinanti la vita e la storia dell’individuo e della società. Nella fattispecie, la ‘soluzione’ dell’assassinio primigenio lascia intatto l’idolo – il totem – dell’interezza: persistono il fantasma dell’unica potenza universale del padre violento dell’orda e l’unica prospettiva dell’appropriazione/espropriazione, anch’essa violenta; ne risulta la condanna all’oscillazione tra concentrazione e smembramento/dispersione della potenza. La disamina di Rodrigué non risolve, agli occhi di Lopez, la questione basilare del significato della potenza e non emancipa dalle vecchie concezioni. L’unione, il raccogliersi in molti uguali – tutti fratelli, tutti con il sentimento di parzialità -, è un modo per illudersi che mettendo insieme molti pezzi si ricostruisca una parvenza di universale. E’ una buona approssimazione quantitativa che, arrotondandosi per eccesso si accaparra l’identificazione con l’assoluto, con un assoluto ancora non trasformato. Vasilij S. Grossman, in Vita e destino, ha messo in evidenza in modo tragicamente mirabile quanto sia facile costruire identificazioni con il bene assoluto e simultanee proiezioni del male assoluto, con le conseguenti teorie autoassolutorie per i crimini più efferati – nei totalitarismi del ‘900.

Il pasto totemico sulla strada del Maestro.

Rinnovando i suoi richiami a distinguere la democrazia discendente da quella ascendente Lopez ci mostra che vi è il rischio di scambiare la parte per il tutto, vale a dire, di scambiare una fase dello sviluppo dell’individuo e della società, per il punto di arrivo. Le forme che egli chiama iper-democratiche sono espressione di una difesa – di un controllo costrittivo degli istinti e dei conflitti di potenza – e proprio perché difensive, esse lasciano intatta, forclusa, quindi preconsciamente attiva, la violenza patricida e fratricida. L’irrigidimento e la staticizzazione istituzionali – dovuti alla paura dello scatenarsi della violenza -, impediscono di apprezzare queste forme democratiche come passaggio fondamentale, come evoluzione della ritualizzazione, verso il contenimento e il superamento dei miti ancestrali; e, perciò, queste istituzioni rimangono dominate e condizionate dalla paura del ritorno del padre tiranno e della violenza. Per questa ragione le democrazie possono essere fragili e, sostiene Lopez, incapaci di riconoscere segnali e di prevenire nuove tirannie e orrori, come ha mostrato la storia del secolo scorso. Egli osserva che queste ri-unioni sono dominate più dall’omertà delinquenziale tra fratelli assassini che dalla solidarietà ed hanno in sé “ab origine il germe dell’autodistruzione e della catastrofe” (pag. 26). Poiché soltanto paventano, evitano, negano, controllano e condannano i conflitti e gli istinti, esse rimangono prigioniere dell’oscillazione. Nello sforzo di controllare e negare, la spinta alla realizzazione della potenza è stata progressivamente oscurata e sotterrata, coperta dalla colpa e dalla paura della punizione. Viene, così, dispersa e dissipata l’energia vitale di conflitti e istinti: finché è temuta, la loro forza originaria non può venire convogliata verso mete di realizzazione. Il simbolo rimane lontano, idealisticamente scisso.

La democrazia ascendente si fonda sulla trasformazione dell’ideale originario di potenza, dopo l’annullamento dell’universale assoluto, demagogico, derivato dagli aspetti violenti appropriativi fallico-megalomanici del padre dell’orda, possessore di tutto il mondo. Il ristagno di questo ideale, inevitabilmente conduce a vedere l’unico pezzo, a sentirsi una piccola, infima, parte e, compensatoriamente, a costruire – e ad anelare a – la sempre più irraggiungibile unità dell’universale arcaico. Quel ristagno, sinergicamente, accompagna la rassegnazione alla frammentazione. In queste condizioni, arbitrariamente, ogni pezzo “episodico” e “transeunte” può venire, in modo totalizzante, identificato proiettivamente o soggettivamente con l’ideale arcaico di potenza illimitata. Oppure, in modalità differenti nei corsi e ricorsi, si imbocca l’alternativa della fuga nella dispersione indifferenziata – liquida e puntilistica (Bauman) – in una qualche forma di soggettivismo.

L’alternativa all’unità non-divisibile della potenza universale non può essere, semplicemente, la spartizione democratica tra, o la sommatoria altrettanto democratica di, tanti pezzi. Senza che vi sia prima la trasformazione del modello e del significato dell’universale, spartizione e sommatoria offrono a malapena un’illusione di condivisione; un’illusione fragile, perché bisognosa di validazione da parte di un universale ancora altro e alieno, anche quando lo si attribuisca a una comunità di appartenenza, perché assume le sembianze del superio sociale rigido e oppressivo. Questa illusione deve essere sostenuta da intermediari: sacerdoti, ministri che interpretano e amministrano. La trasformazione del modello e dell’universale non può che avvenire singolarmente e personalmente – come nel percorso analitico – guardando all’emancipazione come cammino che ciascuno può percorrere. La democrazia ascendente è frutto delle relazioni tra persone che hanno raccolto la sfida della trasformazione; relazioni che attraggono e fecondano il gruppo la società, facendo risuonare i sé più maturi e ri-vivificando il desiderio della realizzazione e dell’’efficacia.

L’universale non è un unico, statico punto di arrivo, chiuso, un feticcio alieno, che si conquista una volta per tutte, ma è una qualità dell’Essere – direbbe Lopez – che in ogni singolo passo del cammino della vita ciascuno può vivere, in una circolarità feconda, nella propria singolarità, quando sia stato possibile andare oltre le identificazioni parziali e si sia iniziato a ri-assumere su di sé la totalità/responsabilità del proprio presente, nella ininterrotta, graduale conquista della consapevolezza. Ciascun passo di questo cammino è in sé presente totale – ci ha spesso detto Lopez – unito, intero e, simultaneamente, parte in movimento verso mete superiori, verso sintesi sempre più coese, più integrate. In questo modo, ciascuna persona – e ciascun passo della persona – non è scopo, ma diviene ponte. “Muoversi rimanendo fermi!”, scrive, sintetizzando, come amava fare, Essere e divenire, identità e trasformazione. Con il caratteristico hic et nunc Lopez fa, anzi è, ciò che pensa e scrive. La strada dei Maestri è, da questo punto di vista, una nuova manifestazione di questo aspetto dell’emancipazione singolare, personale, da lui vissuta ed esercitata: ogni passaggio delle sue elaborazioni è una sintesi che egli vive e propone come presente totale, che è, al tempo stesso, parte di un tutto in cammino, ponte verso nuove elaborazioni.

Il pasto totemico sulla strada del Maestro.

Lopez, esortando ciascuno a realizzare la propria potenza, ha illustrato spesso nei suoi scritti questo passaggio trasformativo essenziale: il paziente/allievo, oltre l’annullamento di sé e del mondo, oltre il vuoto, si riprende il proprio modello, dopo aver trasformato nel lavoro terapeutico solidale l’ideale arcaico, inizialmente proiettato sull’analista/maestro. Riprendendo e di nuovo sintetizzando in questo libro le concezioni sull’emancipazione, Lopez parla della prospettiva che gli allievi hanno davanti a loro: divenire a loro volta Maestri, come sviluppo dinamico, continuo e circolare. Egli propone il cammino trasformativo della coppia maestro-allievo (e analista-paziente) mostrando che l’emancipazione riguarda entrambi i partner della coppia. Ho richiamato, sopra, il titolo del suo lavoro Andare avanti,[5] perché è una delle tante connessioni che mi hanno colpita nel riflettere sulla nuova elaborazione del pasto totemico. Innanzitutto, è espresso nella forma dell’infinito, impersonale. Quindi, l’esortazione non era rivolta soltanto agli altri, agli allievi in quel caso. Nel suo modo appassionato, Lopez stigmatizzava la tendenza a cercare nuovi maestri, nuove scuole, non tanto per integrare più vertici di osservazione nella costruzione epigenetica del proprio modello personale, quanto per sostituire il Maestro. Egli demistificava questa ricerca come fissazione a un sapere incombente come un assoluto, di fronte al quale si sente il bisogno di un rafforzamento narcisistico. Il potenziamento compensatorio viene cercato nella sottomissione al Maestro alternativo da usare contro il primo, come unica ‘soluzione’: un nuovo recinto, una nuova cupola dentro e sotto cui rifugiasi e da contrapporre. In questo modo, la dipendenza non è ancora accettata come via per costruire il proprio modello. Si tratta piuttosto di una tendenza all’adesione appropriativa che, continuamente e ripetitivamente, necessita di intermediari tra l’individuo e l’assoluto. La voce del Maestro rimane estranea e aliena, la sua parola viene ripetuta, o combattuta, come assioma, viene maneggiata artificiosamente tra appropriazioni e proiezioni.

Nella concezione di Lopez il vuoto ha un essenziale significato terapeutico che, forse, non è del tutto compreso da coloro che usano questo termine in psicoanalisi. Parlando di “disillusione totale e definitiva”[6], ho avvicinato l’esperienza di questo vuoto alla “porta carraia” dello Zarathustra. E’ questo, attraversamento, dentro il vuoto, che consente la vera, profonda, trasformazione dell’universale e dà significato emancipativo alla dipendenza. Oltre questo vuoto, fine e mezzo del detto di Nietzsche si riassumono dinamicamente: la liberazione da (l’universale arcaico), offre la libertà per (la continua rigenerazione della vita). Libertà, dunque dal vecchio ideale e dalle vecchie soluzioni, compresa l’omertà comunitaria che, mantenendo inalterata l’inaccessibilità e l’irragiungibilità dell’universale, offre alibi e accettazioni rassegnate, o peggio, illusioni quantitative; che, soprattutto, mantiene la necessità di intermediari, ministri e sacerdoti, a volte abilmente mistificati dietro l’apparente rappresentatività democratica.

L’impegno di Lopez, volto ad emancipare, a togliere le cupole, a ricostruire il tempio greco, aperto verso la volta del cielo, implica ri-allacciare il singolare e l’universale: la spesso enunciata sintesi di singolare e universale. Egli ha concepito la possibilità di creare e ri-creare la connessione, in ciascuno, nella persona. Lo scopo terapeutico della psicoanalisi è per lui far ritrovare a ciascuno dentro di sé la traccia dell’universale e, quindi, il rapporto diretto della singola persona con l’universale, in quanto esperienza di una conversazione intima, vera. Così istinti ed emozioni ritrovano la loro innocenza, i differenti sé vengono ri-armonizzati dentro la persona. Così il simbolo ridiscende nella metafora vitale e trasformatrice, si lascia irrorare e fecondare da essa e ri-diviene ponte tra singolare e universale.

La porosità della lapide – appoggiata sulla terra umida – che, provvisoriamente, indicava la sua sepoltura aveva prodotto un’ombra che cresceva progressivamente. Era stata notata da un’altra persona. Entrambi avevamo visto raffigurata una montagna: una montagna ampia che non incombe, ma che, quasi, protegge e abbraccia. Ecco, mi sembra che questa immagine ritragga ciò che Lopez pensa della funzione emancipatrice del Maestro. Quella montagna non è impervia, non è assorbita nel proprio isolamento, né compiaciuta della propria inacessibilità: essa consente di salire, non senza fatica, ma nemmeno concede facili rinunce, né rassegnate deleghe, sulla via dell’altipiano della genitalità. Lopez non voleva essere un sacerdote, un intermediario di cui c’è eternamente e feticisticamente bisogno; né che gli venisse proiettato il vecchio universale grandioso: pensate al suo orrore a scoprirsi – per qualcuno – un introietto! Egli ha voluto essere un Maestro che indica la salita, perché ciascuno trovi dentro di sé lo slancio, la benedizione della consapevolezza, del proprio desiderio, e la gioia della fatica.

Loretta Zorzi Meneguzzo

NOTE

[1] Riflessioni sul libro La strada dei Maestri, pubblicate come “spigolatura” in Gli Argonauti XXXIII, 130, 265-271

[2] S. Corbella (in Gli Argonauti, n. 129, Letture) e, F. Petrella, G. Pellizzari, M- Pierri P. Bennati, P. Di Benedetto, S. Panizza, E. Stenico, L. Consolaro (in Quaderno de Gli Argonauti n. 23 “L’originalità di Davide Lopez nell’elaborazione degli allievi” – a cura di L. Zorzi Meneguzzo).

[3] E. Rodrigué (1996), Freud. Il secolo della psicoanalisi. Tr. it. Edizioni Borla, Roma 2010.

[4] S. Freud (1912-1913) Totem e Tabù, OSF, vol. 7.

[5] D. Lopez (2001), in Gli Argonauti XXIII, 90, 215-231.

[6] L. Zorzi Meneguzzo (2010) .. “Dissociare, sperare, disilludersi: verso la trasformazione e la coesione” in Gli Argonauti, XXII, 126, 193-201.

admin

Author

admin

Up Next

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *