Convegno Tecnologia in Psicologia Clinica

No Comment Yet

II convegno ASPICARSA

CONVEGNO TECNOLOGIA IN PSICOLOGIA CLINICA

 

ROMA, SABATO 3 OTTOBRE 2015
ore 9.00-18.00
Sala Multimediale ISSR Via Nomentana 54
www.tecnologiainpsicologiaclinica.it

 

PRESENTAZIONE DEL CONVEGNO “Tecnologia in Psicologia Clinica”
I profondi cambiamenti sociali che lo sviluppo della tecnologia ha portato all’interno della società, hanno una corrispondenza nella pratica clinica, sia per quel che riguarda la modalità di offerta del servizio psicologico, sia riguardo all’insorgenza di nuovi disturbi.

Il Convegno ha l’obiettivo di presentare alcune ricerche al riguardo e proporrà dei workshop interattivi, nei quali i partecipanti potranno acquisire nuove competenze legate al mondo della tecnologia in rapporto alla psicologia, utilizzabili nella pratica professionale.

 

QUESTE SONO LE DOMANDE CON LE QUALI IL CONVEGNO VUOLE CONFRONTARSI:
In che modo tecnologia e psicologia dialogano e in che modo potranno dialogare?
Come utilizzare la tecnologia nella pratica della psicologia clinica?
La tecnologia quali cambiamenti porta e porterà nel modo di pensare dell’essere umano?
E’ possibile dialogare con la tecnologia o siamo destinati ad esserne dominati?
Quali disturbi porta l’eccesso di utilizzo di mezzi tecnologici e quali porterà?

PROGRAMMA DEL CONVEGNO “Tecnologia in Psicologia Clinica”
Roma sabato 3 ottobre 2015
presso ISSR Via Nomentana 54

Interverranno (elenco provvisorio):
Francesco Avallone, Tonino Cantelmi, Edoardo Giusti, Enrichetta Spalletta, Antonio Iannazzo, Andrea Pagani, Ivano Spano, Marusca Arcangeletti, Donatella Tridici, Grazia Spera, Giorgio Laiss, Laura Piccinini

 

PROGRAMMA PROVVISORIO
Sessione mattutina 9.00-13.00
9.30 Introduzione: tra tecnologia e psicologia  (Giusti)
9.40 Presentazione del convegno (Pagani-Iannazzo)
9.50 Psicologia e aspirazioni per il futuro (Avallone)
10.10 La mente tecnoliquida: mobile born, immigrati digitali e digital mind (Cantelmi)
10.30 Corpo Psiche Cervello e Mente (Spano)
11.00 Break
11.30 Le potenzialità della tecnologia nell’attività professionale (Giorgio Lais)
11.45 Esperienze di formazione a distanza per psicologi clinici (Laura Piccinini)
12.00 Supervisione online (Iannazzo)
12.20 Promuovere la professione, lo sviluppo di un’applicazioni per la psicologia         clinica (Pagani)
12.30 Deontologia e limiti dell’uso della tecnologia in psicologia clinica (Spera)

Sessione pomeridiana 14.00 -18.00
14.00-14.30 Progetti aspicarsa
14.45 Workshop contemporanei della durata di due ore
A.        Attivare un servizio di consulenza tramite skype (Tridici)
B.        L’uso del video digitale nella clinica, attualità e prospettive (Arcangeletti)
C.        Utilizzare tecnologia nella seduta: diario, agenda, genogramma, applicazioni         (Spalletta)

Tavola rotonda conclusiva 16.30-18.00
Tecnologia e psicologia clinica: quali prospettive (Pagani-Iannazzo)

Quota di iscrizione: euro 60 professionisti; euro 30 specializzandi e studenti in psicologia e medicina
è prevista una quota scontata per chi si iscrive alla newsletter del sito tecnologiainpsicologiaclinica.it

Iscrizioni e informazioni
www.tecnologiainpsicologiaclinica.it
info@tecnologiainpsicologia.it
tel. 3393033703

 

Convegno Tecnologia in Psicologia Clinica

Convegno Tecnologia in Psicologia Clinica

 

LA TECNOLOGIA IN PSICOLOGIA CLINICA

Dott. Andrea Pagani

Perché la tecnologia e la psicologia clinica?

Come psicologo, e ancor prima come essere umano, mi pongo la domanda di quanto lo sviluppo attuale della tecnologia sia un processo utile, dannoso o addirittura pericoloso per l’umanità. La cronaca continuamente ci informa di quante situazioni pericolose siano derivati dell’utilizzo distorto tecnologia e a volte diventa difficile non angosciarsi al pensiero che non tutti gli esseri umani possiedano gli strumenti culturali, cognitivi, e di intelligenza emotiva adeguati al proficuo utilizzo delle possibilità che offre la tecnologia in modo costruttivo a proprio vantaggio.

Le domande diventano quindi tante: la tecnologia può rendere migliore una persona? E per quel che riguarda le applicazioni in ambito clinico e la psicoterapeutico: come può la tecnologia  aiutare la terapia? L’evoluzione dell’umanità dipende dalla tecnologia? il nostro cervello é adeguato a elaborare tutte le informazioni che le tecnologie attuali forniscono? Ammesso che si tratti di elementi mutuamente escludentisi e che non possano invece trovare soluzioni feconde di  integrazione e convalida reciproca.

Come viene brillantemente posto da Kevin Kelly (2011), un importante e poliedrico filosofo della scienza, per dare una risposta a queste domande è necessario avere presente la storia dell’evoluzione della vita e della tecnologia su questo pianeta.
Per chiarire questa prospettiva, occorre fare un balzo indietro in un tempo che precede la nostra specie. La tecnologia, infatti, ha anticipato il genere umano e molte specie animali la utilizzano da milioni di anni: gli scimpanzé fabbricano degli utensili che gli servono per estrarre le termiti dai tumuli di terreno; le formiche costruiscono grandi città sotterrane, stipano numerose quantità di cibo e coltivano funghi; i castori costruiscono dighe; gli uccelli costruiscono nidi dalle forme e dimensioni più svariate. Le strategie per piegare l’ambiente alle proprie necessità è vecchia dunque di almeno un miliardo di anni (Kelly, 2011).  
Il genere Homo – nelle sue svariate forme e successioni evolutive – ha continuamente sviluppato tecnologie per aiutarsi nella risoluzione dei problemi quotidiani. Certamente, la comparsa dell’ultimo prodotto dell’evoluzione avvenuta tra i 200.000 e i 100.000 anni fa (Manzi, 2006), l’Homo sapiens, ha permesso una successione di scoperte e invenzioni di tecnologie sempre più efficaci e raffinate che hanno semplificato enormemente la gestione dei problemi e il superamento di ostacoli e pericoli che il nostro più antico rappresentante si trovava ad affrontare riguardo al nutrimento, alla protezione, alla trasmissione delle conoscenze.
La progressione di questo processo, come osserva Kelly (2011), non è stata sempre uniforme, ma graduale, in percorsi paralleli, con una diffusione molto lenta nella preistoria (addirittura di intere generazioni, secoli, millenni), ha acquistato nel tempo una velocità sempre più ampia e intervalli più ravvicinati “fino a che le reti di comunicazione non hanno conferito al globo un’incredibile istantaneità” (Kelly, 2011, p. 14).  
A questo processo si è accompagnata una successione, altrettanto rapida, dell’evoluzione culturale. Del resto, il balzo evolutivo che ha permesso all’Homo sapiens di accrescere enormemente la sue capacità di sviluppo è stato presumibilmente quello dell’acquisizione tecnologica delle capacita linguistiche, che viene stimata intorno a 50.000 anni fa. La tecnologia è dunque cresciuta con la vita ed è parte di essa, inestricabilmente legata alle trasformazioni che hanno portato la nostra specie a elaborare e trasferire attraverso il linguaggio  conoscenze e acquisizioni tecnologiche e ad aggregarsi in forme di vita collettiva sempre più complesse.
Per descrivere il sistema «allargato, globale, fortemente interconnesso di tecnologie che si anima intorno a noi», di cui le tecnologie sarebbero le forme specifiche, Kelly (2011) propone il termine technium. Esso rappresenta un sistema complessivo che in aggiunta all’hardware include «le macchine, la cultura, l’arte, le istituzioni sociali e le creazioni intellettuali di ogni genere fino a comprendere entità intangibili come: i software, la legge, i concetti filosofici» (ibidem, p. 13).
L’entità di un sistema così esteso e interconnesso con la nostra vita fa sì che in assenza di una visione globale e della capacità di andare incontro alla sua progressione inarrestabile preparati e consapevoli, si corre il rischio di cadere nel gorgo della paura del nuovo, rifugiandosi in comportamenti di rifiuto, evitamento oppure svalutazione. Altra possibile reazione è quella della rinuncia a conoscere e ad esprimere la propria volontà, che si traduce in una delega implicita e deresponsabilizzante del proprio potere decisionale e di discernimento e quindi anche di governo.
E sappiamo bene come, ciò che viene rifiutato, negato, ignorato, piuttosto che elaborato e reso familiare attraverso un sottile, consapevole lavoro di discriminazione, – sia nella nostra mente che al di fuori di essa – possa divenire abnorme, oscuro, fino ad assumere dimensioni sempre più minacciose e alienanti, in quanto fuori dei nostro controllo e della possibilità di orientarlo a nostro beneficio.
La nostra vita contemporanea è inestricabilmente legata a quella del technium e siamo abituati a pensare alle tecnologie applicate ad aspetti concreti nei più svariati ambiti: dalle telecomunicazioni ai trasporti, ai dispositivi domestici, alle strumentazioni delle scienze biomediche, l’automazione dei servizi, e l’elenco potrebbe allungarsi ancora (Bucchi, 2000). In particolare, le tecnologie digitali sono ormai parte della nostra quotidianità e, possiamo dire, anche della nostra identità e dei modi in cui ci relazioniamo con il mondo esterno e con noi stessi.
Da un lato, abbiamo l’incremento e la trasformazione delle possibilità di connetterci e comunicare con gli altri, la possibilità di accesso pressoché illimitato alla conoscenza in modi che non avremmo potuto neppure immaginare qualche decennio fa. Molte persone sono connesse in maniera costante e potenzialmente senza limiti.
Dall’altro, si parla con toni spesso allarmanti dei pericoli insiti nelle tecnologie e dei rischi che un rapporto dis-regolato con esse, in particolare con i dispositivi dei media digitali, possa favorire l’insorgenza di forme di disagio fino a manifestazioni psicopatologiche (come per esempio, la dipendenza dai media, il cyberbullismo, il sexting, lo stalking digitale o cyberstalking e altri). Sono fenomeni che meritano uno studio approfondito e l’individuazione di modalità di intervento adeguate. Esse pur  manifestandosi con caratteristiche specifiche, si presentano come una trasposizione su “piattaforma digitale” di forme patologiche già esistenti che oggi hanno un maggiore potere di diffusione (e forse di emulazione) dato dalle potenzialità e dalla velocità dei media digitali.
Questo ci fa comprendere quanto ogni individuo sia coinvolto o meno nella sua totalità – emotiva, corporea, cognitiva e comportamentale – non solo rispetto alle diverse tecnologie, ma al technium come sistema complessivo e alla sua progressione. Non a caso Kelly parla di technium come estensione umana e di tecnologia come corpo esteso, citando la psicologa Sherry Turkle (1985) che considera la tecnologia come il nostro “secondo Io” .
Una possibilità è quella di andare incontro alla traiettoria di progresso della tecnologia preparandosi ad “accogliere il dono e i possibili problemi” (Kelly, 2011), improntando la propria attitudine e il proprio agire al principio di proazione che si articola in cinque forme: a) previsione; b) verifica continua; c) rapida riparazione del danno; d) creazione di una lista di priorità di rischi; e) non proibizione, bensì ridirezione.
Accostandosi alle tecnologie con queste modalità empowered ed empowering, se ne possono  governare e orientare i possibili ruoli esercitando il libero arbitrio e la scelta su come utilizzarle tenendo conto anche delle implicazioni etiche e valoriali.

L’utilizzo della tecnologia in psicologia clinica

La tecnologia è dunque un’esperienza che segue dialogicamente l’esistenza dell’uomo, accompagnandolo nel suo percorso evolutivo. Diventa quindi essenziale per coloro che si occupano di psicologia clinica sviluppare e utilizzare gli strumenti a disposizione per proporre un lavoro sempre più congruo rispetto alle aspettative intrinseche della proposta psicologica. La psicologia clinica ha sempre guardato alla tecnologia con attenzione, la strutturazione di un setting prevede di per sé un uso della tecnologia legato al Kronos inteso come strutturazione del tempo determinato.
Con tecnologia qui si intendono sia i dispositivi che definiscono la cornice e le modalità dell’intervento clinico, sia le metodologie, le tecniche e gli strumenti che  si sono con il tempo ampliati nel numero ed evoluti in forme e con finalità diversificate.
L’elenco è ampio e include appunti, schede cliniche, strumenti vari come, per esempio, il taccuino per annotare i sogni, l’agenda e il diario clinico tradizionali ed elettronici, i test e gli strumenti diagnostici, i dispositivi per audio e video-registrazioni, le apparecchiature di biofeedback, tutti i tipi di strumentazione utilizzata nella ricerca e nella riabilitazione (fino alla più recente di neuromaging), e altri.
Accanto a questi dispositivi troviamo quelle pratiche che sono l’equivalente in ambito clinico delle tecnologie del sé, espressione con cui Michel Foucault (1992) ha indicato quelle «tecniche che permettono agli individui di effettuare con i propri mezzi (o con l’aiuto degli altri) un certo numero di operazioni sul proprio corpo, sulla propria anima, sui propri pensieri, sulle proprie condotte» (Lucci, 2012), dove lo strumento è rappresentato dal proprio sé e dalle pratiche esercitate su di esso e attraverso di esso. Il fine perseguito attraverso questo tipo di tecnologie (che fanno parte di importanti tradizioni filosofiche e spirituali) è quello di trasformare se stessi migliorandosi, per raggiungere lo sviluppo personale e spirituale, la realizzazione di sé e il pieno compimento della propria natura.
Riprendendo la domanda espressa inizialmente, e cioè se la la tecnologia contemporanea può aiutarci a migliorare e favorire il processo di cura, si può rispondere, alla luce di quanto detto, affermativamente. La tecnologia può rendere la nostra vita migliore e può contribuire allo sviluppo della prassi clinica. Sta a noi in quanto individui, professionisti e comunità di ricerca mettere in atto quelle capacità di discernimento, di scelta, di valutazione e, allo stesso tempo, di creatività, inventiva e lungimiranza, per orientarla verso forme di utilizzo e di integrazione che siano innovative e portatrici di effetti positivi.  
In accordo con Kelly, (2005), anche in ambito clinico occorre «educarsi ed educare» accompagnando la tendenza crescente delle persone alla digitalizzazione, contenendone il sovraccarico e le distorsioni possibili (De Pasquale, Gensabella, 2011), al fine di canalizzare questo progresso verso modalità di utilizzo che siano al servizio della cura, del cambiamento e della relazionalità.
Diventa interessante quindi esplorare quelle che possono essere le possibili integrazioni tra tecnologie e media digitali e “tecnologie” proprie della clinica psicologica, che si situano nell’intersezione tra piani di vita concreta, vita psichica e vita virtuale.
In questo senso le tecnologie digitali possono essere considerate come un’estensione del dispositivo clinico, come la creazione di uno spazio potenziale, di contenimento, di continuità, incontro e  condivisione, in cui sia possibile elaborare forme di definizione identitaria creative e attuali.  
Questo rapporto tra tecnologie e tecniche da un lato, e ambiti, attitudini e finalità di applicazione dall’altro, e il dibattito che ne deriva ha accompagnato sin dall’inizio lo sviluppo della psicologia clinica e della psicoterapia. Come scriveva Claudio Naranjo nel 1973 a proposito delle tecniche gestaltiche (e che può essere esteso per analogia al discorso attuale sulle nuove tecnologie), le tecnologie e le tecniche che si utilizzano in psicoterapia non sono esclusive di un particolare orientamento o ambito di intervento. Probabilmente ciascuna di essa può essere considerata una variazione (intenzionale o meno) di tecniche che si possono trovare in varie forme di cura o sviluppo personale e spirituale. Tuttavia, l’applicazione che se ne fa non può essere confusa con altre in quanto costituisce una Gestalt nuova e unica (Naranjo, 1973). Qualcosa di analogo avviene con l’integrazione di tecnologie digitali all’interno di quella che è la manifestazione del technium nella clinica clinica (che comprende sia tecnologie concrete che immateriali: assunti epistemologici, metodologie, tecniche di intervento, strumenti, ecc.). Ha poco senso dunque esprimersi sulla loro opportunità e utilità se non all’interno del contesto, tenendo conto dell’insieme in cui la tecnologia si inserisce, ovvero delle premesse, delle modalità di impiego, l’attitudine con cui ci si accosta ad essa e le finalità che si perseguono (anche qui “il tutto è più della somma delle parti”).
È piuttosto l’integrazione tra l’insieme di tecnologie tradizionali, delle conoscenze e prassi acquisite e consolidate e tecnologie nuove a dare vita a nuove configurazioni, a nuove “Gestalt”, in un reciproco adattamento creativo, che siano oggetto di un attento e puntuale monitoraggio e di verifiche sul piano empirico.

Bibliografia

Bucchi M. (2000), Prefazione, in Collins H., Pinch T., Il golem tecnologico, Edizioni di Comunità, Torino.
Casati R. (2013), Contro il colonialismo digitale, La Terza, Bari-Roma.
De Pasquale C., Gensabella G. (2011), Il ruolo della comunicazione mediatica e del gioco virtuale nell’infanzia. Una ricerca sulle abitudini e influenze, Annali della Facoltà di Scienze della Formazione, Università degli Studi di Catania, 10, pp.123-131 (http://ojs.unict.it/ojs/index.php/annali-sdf/article/viewFile/116/106)
Foucault M. (1992), Le tecnologie del sé, Bollati Boringhieri, Milano.
Giusti E., Bianchi E. (2012), Evolvere rimanendo insieme, Sovera, Roma.
Giusti E., Pagani A. (2011), Lo sviluppo professionale 2.0, Sovera, Roma.
Giusti E., Pagani A. (2014), Il Counselling psicologico, Sovera, Roma.
Giusti E., Pitrone A. (2004), Essere insieme, Sovera, Roma.
Gottman J., Silver N. (2013), Intelligenza emotive per la coppia, BUR, Milano.
Johnson S. M. (2004), The practice of emotional focus therapy, Second Edition, Brunner-Routledge, New York.
Kelly K. (2011), Quello che vuole la tecnologia, Codice edizioni, Torino.
Kelly K. (2005 Feb.), How technology evolves, Video conferenza disponibile su TED, (http://www.ted.com/talks/kevin_kelly_on_how_technology_evolves)
Lucci A (2012), Michel Foucault, Sull’origine dell’ermeneutica del Sé, in La rivoluzione interiore, Lo Sguardo – Rivista di Filosofia, 10, III.
Maestripieri D. (2014), A che gioco giochiamo noi primati, Cortina, Milano.
Manzi G. (2006), Homo sapiens, Il Mulino, Bologna.
Naranjo C (1973), The techniques of Gestalt Therapy, The Gestalt Journal, Highland, NY.
Settembri C. (2014), Coppie e sistemi genitoriali, in Giusti E., Pagani A., Il Counselling psicologico, Sovera, Roma.
Turkle S. (1985), The second self, Simon & Schuster, New York; trad it. Il secondo Io, Frassinelli, Milano, 1985.

admin

Author

admin

Up Next

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *